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NetStArt/ Per un NetStArt artistico e tecnologico
Pubblicato da Tatiana Bazzichelli in Hackers & Crackers • 21/07/2010

Non solo hacker, artisti e attivisti, ma anche community e network intrisi di mercato. Contaminazioni tra business e condivisione creativa, tra orizzontale e verticale. Un punto di partenza

Roma - Nei sistemi GNU/Linux, il comando netstat permette di vedere lo stato delle connessioni instaurate sul computer locale, si legge in Wikipedia Italia. Se a questo comando aggiungiamo una "r" e lo rendiamo netstart, abbiamo una definizione metaforica. Un net-start, vale a dire una fase di cambiamento nei processi di rete, una nuova partenza che coincide con l'analisi delle dinamiche culturali, sociali ed artistiche attuali di networking. Ma il termine netstart ci dice anche qualcos'altro. Se lo scriviamo in questa forma: NetStArt, ci indica un percorso di riflessione critica su cosa sta avvenendo attualmente nel panorama artistico di rete, nel decennio successivo alla nascita della net art (e alcuni direbbero al suo tramonto, se pensiamo alla net art come un fenomeno artistico ben definito, attivo principalmente a cavallo della seconda metà degli anni Novanta e la prima metà degli anni Duemila).


"JODI: Something Wrong is Nothing Wrong", Pubblicità della piattaforma di networking Motherboard TV (sponsorizzata da DELL), realizzata utilizzando l'opera degli artisti olandesi JODI, simbolo della prima net.art internazionale

Parafrasando il comando GNU/Linux netstat, l'obiettivo di questa rubrica è quello di visualizzare lo stato dei processi artistici (art socket?) attivi, applicati al fenomeno di arte in rete attuale. Cosa sta succedendo con l'emergere del Web 2.0 e con la trasformazione delle comunità digitali in social network? Qual è la risposta critica - se vi è una risposta critica - di artisti, hacker e attivisti la cui azione presenta proprio le root nei fenomeni artistici come la networked art, media art, hacker art, net art del decennio passato?
Possiamo riscontrare una proposta alternativa al business 2.0 proveniente dai gruppi politicamente attivi nel piano delle tecnologie, o da chi fa parte della comunità hacker, o da chi lavora sulla rete come arte?

Dopo una fase prolifera in cui artisti, hacker e attivisti, in Italia e non, hanno dato vita a progetti, reti e collettivi, partendo dall'esperienza delle BBS e delle comunità virtuali che anche Punto Informatico ha spesso raccontato nel corso degli ultimi dieci anni, siamo chiaramente di fronte a una fase di passaggio. Una fase in cui reti, che a suo tempo si definivano "aperte" e "orizzontali", sono diventate sempre più dominio del mercato, e alle tecnologie P2P si sono affiancati social network, e piattaforme di sharing centralizzate (da Facebook, Twitter, YouTube, ecc.) che seguono criteri di business e profitto molto diversi da quelli delle comunità underground degli anni Novanta, nate sulla scia del Cyberpunk (almeno per quanto riguarda il network italiano).
Possiamo dichiarare senza esitazione che ciò che un tempo erano i valori e la filosofia dell'etica hacker, dalla metà degli anni Duemila sono diventati dominio di intervento di molte realtà di business che rappresentano l'evoluzione del fenomeno Web 2.0 e che hanno contribuito a creare la nozione di media sociali. I concetti di condivisione e sharing, openness, decentralizzazione, e l'idea stessa di "Do It Yourself" (autogestione e auto-organizzazione) propria dell'immaginario hacker, sono diventati dominio delle piattaforme commerciali, e punti cardine del linguaggio in cui presentano i propri servizi.

Siamo di fronte a una trasformazione semantica di pratiche che un tempo appartenevano alle frange underground del networking e alle comunità che si definivano "gestite dal basso", e a una vera e propria appropriazione di un certo immaginario politico, tecnologico e artistico.
Ma senza assumere posizioni vittimistiche o apocalittiche, dobbiamo ripartire prima di tutto pensando che i cicli di contaminazione e ri-appropriazione fra business e controcultura sono sempre esistiti, e una storia come quella della Silicon Valley in California ne è il concreto esempio: se ne parla in From Counterculture to Cyberculture: Stewart Brand, the Whole Earth Network, and the Rise of Digital Utopianism di Fred Turner del 2006 (qui l'introduzione), oppure The Conquest of Cool: Business Culture, Counterculture and the Rise of Hip Consumerism di Thomas Frank del 1997 (qui degli estratti).

Oggi, la fase di commercializzazione capitalistica sta toccando espressamente le aree del networking e della creazione di media sociali, e pur se molte società cercano di apparire aperte e illuminate (si pensi al "Don't be evil" di Google) siamo di fronte a una grossa trasformazione nel significato stesso di comunità, di network, e di privacy.

Qual è la risposta sul piano artistico, o meglio, artivista? Nell'ultima metà del secolo scorso, pratiche artistiche d'avanguardia da Fluxus alla mail art hanno promosso la creazione di arte come network e generato nuovi modelli di condivisione creativa, ridefinendo il ruolo dell'artista e del pubblico (ne parlo nel mio libro Networking - la rete come arte, scaricabile in italiano da qui per approfondire). Oggi, piattaforme come Facebook, YouTube, MySpace, Twitter ecc., presentano nuove modalità di connessione e interazione, sicuramente più allargate rispetto al passato, ma anche più centralizzate, più immediate, più sintetiche e più orientate al business. Le tecniche di networking proprie delle comunità underground oggi sono diventate materia principale delle strategie capitalistiche dei media sociali, utili per l'espansione di un mercato che la parola "folksonomy" ben definisce.

NetStArt parte quindi dall'assunto che l'economia di rete attuale e le pratiche artistiche di rete sono strettamente connesse e il nostro compito diventa analizzare criticamente e propositivamente questa fase di contaminazione, non solo lavorando sul piano semantico, ma anche generando nuove pratiche creative.
"Language is a virus from outer space", scriveva William S. Burroughs. La controcultura è stata contaminata ancora una volta dal marketing. Invece di assumere posizioni vittimistiche e intimistiche, la sfida è quella di rispondere con una nuova contaminazione. Se il mercato si appropria di linguaggi artistici e di pratiche hacker, gli artisti e gli hacker dovranno imparare ad appropriarsi del mercato. Questo significa non assumere posizioni di rifiuto, ma cerare di capire consapevolmente le dinamiche di business, trasformarsi in virus creativi e rendere la strategia disruptive una pratica artistica. E allo stesso tempo, essere abili nel riscrivere codici espressivi e creativi proprio grazie alla capacità di contaminarsi e di essere fluidi, attivando un nuovo start, un NetStArt.


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